Marzo il comunicato UE successivo all’attacco all’Iran, non riporta nessuna condanna esplicita per USA e Israele. Anche la dichiarazione comune CCG-UE condanna gli “ingiustificabili” attacchi iraniani contro i paesi del Golfo i quali hanno il “diritto naturale […], a norma dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, di difendersi”. Le sconsiderate giustificazioni all’attacco di molti leader europei testimoniano che il principio di non aggressione può essere infranto dal più forte. Una ulteriore dichiarazione di Costa e von der Leyen a seguito di una video conferenza con i leader della regione (Turchia compresa) si preoccupa della necessità che le operazioni “difensive” ASPIDES e ATALANTA proteggano le vie degli idrocarburi. Per ora infatti due sono i risultati della guerra: il ricompattamento del regime e il blocco del traffico navale nello stretto di Hormuz con un’impennata del prezzo di petrolio e gas che colpisce l’Europa (e arricchisce la Russia). Alla fine del primo mese di guerra è chiaro che l’Iran non si sgretolerà, la struttura statale non legata ad un leader e “the country’s historical self-perception” sono un collante di resistenza. Le monarchie arabe si trovano coinvolte in una guerra che si regge su presupposti falsi e finalità deboli “Mr Trump followed the same disingenuous path laid out by the Bush administration”, sprofondando “la région dans l’inconnu”. L’unico che ci guadagna da questo caos prolungato è Netanyahu. Gli americani probabilmente vinceranno la guerra ma come sarà il dopo? Una vittoria militare e il crollo del regime in cosa si concretizzeranno? L’esperienza irachena non lascia margini di ottimismo.
Il consiglio affari esteri ribadisce la preoccupazione per l’allargamento del conflitto ma non dichiara la sua posizione, continua a protestare per la situazione in Libano, in Cisgiordania e a Gaza dove la seconda fase del piano di pace è completamente bloccata. Ribadendo che l’Europa non è in guerra l’AR Kallas ammette che gli obiettivi politici del conflitto sono confusi e le conseguenze non sotto controllo. Prevede che se continua il blocco del passaggio dei fertilizzanti nello stretto di Hormuz il prossimo anno ci sarà carestia in Africa. Dopo pochi giorni al Consiglio europeo (EUCO 1/26) l’unica novità è la preoccupazione di bloccare movimenti migratori incontrollati verso l'UE. A seguito del lancio di razzi su Cipro, il Consiglio si compiace del dispiegamento di mezzi militari europei a sostegno dell’isola. La stessa azione compiuta da Ankara, che dispiega 16 aerei F-16 porta invece alle proteste del presidente della Repubblica di Cipro. Il contemporaneo vertice euro - EURO 504/26 – e l’enfasi di Costa sulle decisioni prese per rafforzare la competitività europea e sull’approvazione dell'agenda "un'Europa, un mercato" segnalano le preoccupazioni per le conseguenze del conflitto in Iran. Secondo alcuni analisti “the structural transformation of the international order has created a historic window of opportunity enabling Europe simultaneously to strengthen its strategic autonomy and its financial sovereignty […] The convergence between the Letta and Draghi reports and the Blanchard-Ubide proposal comprises a consistent reformist triad” per raggiungere quella autonomia finanziaria e strategica di cui tanto si parla.
Nella dichiarazione comune Costa-Gutierrez si ribadisce che è decisivo difendere l'ordine internazionale sostenendo l'azione dell’ONU. In un discorso a Science Po Costa pone l’azione europea sotto tre P “Principi, Partnership, Potere”. La prima “P” prevede il rispetto del multilateralismo con un Europa che sia un partner affidabile. La seconda “P” permetterà di costruire, anziché sfere d'influenza, reti di cooperazione economica e politica. Tutto ciò implica la terza “P”, potere, che però si costruisce solo se l’UE accelera il suo lavoro interno per raggiungere quel livello di competitività e difesa non solo in grado di difendere Cipro ma anche di far fronte alle minacce americane contro la Groenlandia. I principi europei però vengono meno ogni volta che si raffrontano le reazioni sull’Ucraina e su Israele. Compatti su Kiev, riguardo alle avventure di Trump e Netanyahu gli europei “non si fanno scrupolo di giocare ognuno la propria partita scegliendosi, nel caso, partner occasionali”. La Spagna rimane sola ad esprimere una posizione netta di condanna. Mentre i ministri degli esteri si recano in Ucraina per commemorare le vittime del massacro di Bucha perpetrato dalle truppe russe, gli israeliani continuano a bombardare dove vogliono. Pur ribadendo che l'integrità territoriale del Libano debba essere rispettata l’UE non muove un dito perché “the responsibility for this situation lies with Hezbollah”. Per l’UE (e per il governo libanese) i civili sono, secondo la convenienza, ora cittadini libanesi, cui destinare migliaia di euro in aiuti, ora membri di Hezbollah da poter sterminare. Per Israele il dubbio non si pone e, come a Gaza, impone l’evacuazione degli abitanti dalle proprie case impossessandosi del territorio “What it does may determine when, by whom, even if, the suburbs will again be inhabited”. L’invasione israeliana “si inserisce in una dinamica storica che intreccia la ricerca di sicurezza militare, l’ambizione di controllare le risorse idriche e la necessità di legittimare l’espansione territoriale ben oltre la Galilea”. Al Libano è chiesto di scegliere tra la “pax israelica” con il conseguente sfollamento di parte della sua popolazione o Hezbollah che ha trascinato il Libano in conflitti senza fine e acuito la frammentazione interna. Per definire un futuro che vada oltre questa scelta è necessario invece ricostruire la sovranità di uno stato che possa “deliver security, justice, and public goods to its citizens” con o senza Hezbollah al suo interno. Il disarmo di Hezbollah non è la magica decisione per finire la guerra perché “Israel today is governed by leaders who openly articulate expansionist visions of the region”. Così mentre l’UE al Consiglio d’Europa chiede a gran voce che “all countries applying the death penalty to abolish it, or to maintain or introduce a moratorium”, balbetta una debole protesta nel momento in cui il parlamento israeliano approva la legge che permette di condannare a morte i palestinesi.
In questo contesto la Turchia mantiene una posizione ambigua necessaria per conservare margini di manovra. “Per Ankara il problema non è scegliere tra Teheran e Washington, ma evitare che il confronto tra i due distrugga quel minimo di ordine regionale che consente alla Turchia di proteggere i propri interessi vitali” che vanno dalla necessità del gas e petrolio iraniani, alla convergenza sulla questione curda, alla stabilità dei confini. La paura di Erdoğan è che la regione venga travolta da «una grande tempesta» con ondate di profughi, terrorismo jihadista o curdo. Per gli analisti vicini al governo questa guerra voluta da Netanyahu, non dagli USA che hanno un presidente ricattato per i file Epstein; non dagli stati arabi, che hanno constatato come gli USA non diano priorità alla loro sicurezza; non dall’Europa, che rifiuta ogni coinvolgimento bellico per riaprire Hormuz, è comunque diventata la guerra di tutti. Si teme che la volontà di Tel Aviv di inseguire il sogno del Grande Israele prepara, come più volte ripetuto da parlamentari israeliani, lo scontro con Ankara il cui ministro degli esteri Fidan “incarne l’opposition radicale de son gouvernement à la recomposition du Proche-Orient souhaitée par Israël”. Eppure lo stesso Fidan ha messo la firma, con gli stati arabi, su una dichiarazione in cui è come se non fossero stati gli USA e Israele ad attaccare l'Iran. Ma per gli stati arabi la priorità “is the preservation of the regional status quo, whatever the human cost”.
Mentre infuria la guerra a Istanbul si svolge prima udienza maxi-processo contro l’amministrazione di Istanbul, il principale imputato è il sindaco Imamoğlu. In aula è presente il leader del CHP, Özel, le cui proteste gli costano una denuncia per offesa alla corte. Il processo è chiaramente messo in piedi, ne è convinto il grande scrittore Altan “pour éviter qu’ils ne puisse se présenter aux élections présidentielles”. Secondo Amnesty international questo processo “collectif incarne le paroxysme de l’instrumentalisation du système judiciaire turc, dont l’indépendance est aujourd’hui presque totalement anéantie”. In Turchia, come in molti stati europei, si vuole di superare la violenza contro le donne inquadrandola nel rafforzamento della famiglia (l’uscita di Ankara dalla Convenzione di Istanbul è avvenuta proprio perché il trattato minava i valori sociali e familiari) ciò di fatto ha indebolito le tutele tanto che il paese è sceso al 106° posto nell'indice Donne, Pace e Sicurezza. Quello che accade in Turchia è un campanello d'allarme anche per l'Europa ma la “P” di principi cede il passo alla “P” di potere ora che Ankara sta divenendo il pilastro del riarmo europeo. Nonostante l’esclusione dal SAFE, industriali e politici turchi si sono incontrati con gli europei. Questi incontri hanno dato risultati tangibili come la joint-venture tra Leonardo e Bayraktar o, a livello politico, il comando della forza marittima che opererà in Mar Nero se ci sarà un cessate il fuoco in Ucraina. Le cifre dell’industria militare turca parlano da sole, le esportazioni sono arrivate a 10 miliardi di dollari con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. La Turchia è comunque inclusa nella definizione “Made in EU” grazie all’Unione doganale. Permangono delle criticità che potranno essere superate proprio dalla modernizzazione, di cui si parla da anni, dell’Unione doganale stessa.
Febbraio nell’incontro informale di Alden Biesen si si discute di sicurezza economica. Ma cosa si intende per competitività? “Un nuovo prestito per gli investimenti, come propone Macron, oppure una competitività raggiunta abbassando i costi di produzione, sulla linea Merz-Meloni?” si preferiranno soluzioni a breve col “«semplificare», cioè tagliare le norme di protezione, ambientali e sociali” rinunciando a visioni di lungo periodo? A fine lavori l’AR Kallas, povera di argomenti scarica i problemi europei sull’aggressività commerciale cinese.
L’applicazione delle nuove normative sulla migrazione introduce “una trasformazione strutturale del modo in cui il diritto viene impiegato per governare persone […] ridefinendo in profondità il perimetro dei diritti, riaffermando una divisione basata su censo e nazionalità”. Il Consiglio adottando il primo elenco UE di paesi di origine sicuri e una revisione del concetto di paese terzo sicuro dichiara apertamente che ci sarà “maggiore flessibilità nel respingere le domande di asilo”. Il PE pubblica l’infografica Minors in migration: Irregular entry and asylum - PE 766.235
L’apartheid, come sempre, si pratica attraverso la burocrazia. Tel Aviv approva misure per semplificare l’acquisizione di terre per favorire l’espansione delle colonie. A questo si accompagna un disegno di legge che legalizza la pena di morte per i palestinesi. In Cisgiordania e a Gaza è in corso una annessione de facto “che svuota gli accordi di Oslo e rende impossibile l’ipotesi stessa di uno Stato palestinese”. L’ennesimo rapporto ONU certifica che è in atto una pulizia etnica. In questo contesto, il Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (NCAG) che dovrebbe gestire la vita dei palestinesi dopo la guerra non ha in pratica alcun potere decisionale. Le trite proteste dell’UE mascherano ancora una volta la volontà di non usare le leve a sua disposizione. Alla prima riunione del famigerato Board of Peace l’Europa si presenta divisa. Bulgaria e Ungheria vi partecipano, l’UE e altri paesi (tra cui l’Italia) sono presenti come osservatori, gli altri declinano l’invito. Mentre si fa sempre più nebuloso il modo in cui il BoP voglia porre fine alla guerra si discute del suo ruolo di alternativa all’ONU.
USA e Israele attaccano l’Iran. Il Medio oriente viene trascinato in una guerra di cui non si conoscono gli scopi né la gestione del dopoguerra. Irrilevante l’UE chiede moderazione e rispetto del diritto internazionale a chi lo calpesta da anni. L’Italia si rende ridicola quando, ignaro dell’attacco, si trova con il ministro della difesa bloccato a Dubai. Il rispetto dei confini e la non ammissibilità di progetti di annessione valgono solo per l’Ucraina. Ad Israele l’ambasciatore USA permetterebbe di occupare gran parte del Medio Oriente. “When a serving ambassador validates total territorial control, the message received across the region is unmistakable: Washington’s commitment to two states is unreliable for all purposes and intent”. L’intervista evidenzia “the growing suspicion that American officials may be more loyal to a foreign country than they are to the US” e ciò potrebbe non far piacere al cittadino statunitense (ma anche ad alcuni israeliani).
Il Consiglio affari esteri di fine mese ribadisce il pieno appoggio a Kiev ma il 20° pacchetto di sanzioni viene bloccato dall’Ungheria. Nella conferenza stampa a fine lavori l’AR Kallas annaspa di fronte alle domande dei giornalisti cercando di giustificare il viaggio di Rubio in Ungheria e Slovacchia dopo che la Conferenza di Monaco ha dimostrato “the EU’s submission to American pressure despite its belated push for strategic autonomy”. A Monaco la Turchia scottata dall’esclusione (per il veto greco e cipriota) al programma SAFE, si presenta con una delegazione non di vertice. Ankara è preoccupata anche da una possibile svolta protezionistica europea, in particolare negli appalti pubblici. In una lettera aperta ai leader UE la comunità imprenditoriale turca lamenta non solo l’esclusione dal SAFE ma anche dalla creazione dell’etichetta “Made in Europe” e dagli accordi di libero scambio con Mercosur e India. Temono anche che le ragioni siano politiche e non commerciali, due in particolare: la questione di Cipro e il rispetto dei diritti umani. Ricordano però che se l’UE vuole essere un attore nel nuovo ordine mondiale ha bisogno della Turchia.
Secondo alcuni analisti vicini ad Erdoğan la “selective solidarity” europea applicata nelle crisi di Gaza e Ucraina e la nascita del Board of Peace, con il definitivo collasso dell’ordine internazionale, dimostrano che la politica di autonomia strategica turca, “initially attempted to be marginalized in the West as an emotional or revisionist discourse” si è invece rilevata lungimirante tanto che ora “With this stance, Türkiye rises to the position of a norm-setter proposing order and justice to the chaotic order, rather than just a complainant criticizing the status quo”.
Nel divertente, se non fosse per il sangue che scorre, coniare definizioni, caduta la “mezzaluna scita” ecco profilarsi il “muro sunnita“. Per Israele, che ha dovuto ingoiare la partecipazione di Ankara al BoP, Turchia e Qatar, entrati a Gaza “dalla porta principale”, stanno costruendo un’alleanza con vari paesi islamici, Egitto in primis, da opporre a Tel Aviv. Vari media riportano le preoccupazioni per la costruzione di un “Sunni axis that might be even more powerful than Iran’s Shi’a axis”. Lo scontro tra Erdoğan e Netanyahu limitato finora alle parole e alla sfera economica, trova nuova linfa nel Corno d’Africa dove per contrastare la presenza turca in Somalia, Tel Aviv riconosce la regione secessionista del Somaliland. Per non parlare poi della Siria dove Ankara ha interessi politici e commerciali. La presenza militare turca nel nord e l’appoggio alla formazione dell’esercito siriano si scontrano con l’interesse di Israele a controllare, militarmente, la parte meridionale del paese. La firma dell’accordo tra le SDF e Damasco, mette fine all’autonomia dei curdi ma pone Al-Sharaa di fronte al problema di come integrare la minoranza (questo vale anche per Drusi e Alawiti) nelle strutture statali e militari del paese. “National conflicts drive societies toward fanaticism and civil wars, turning the masses into fuel for conflicts that do not serve their interests” Invece di inseguire fantomatici stati nazione etnicamente omogenei, occorre inseguire i diritti “within the framework of an equal citizenship state — a state founded on the full equality of citizens before the law, without national or religious discrimination, and one that transcends national and sectarian affiliations in its political structure”. In questa ottica sono fonte di ottimismo per un futuro di integrazione le “mobilitazioni popolari non incentrate solo sull’identità confessionale o sull’appartenenza politico-militare, ma su lavoro, servizi, carovita, terra e diritti sociali [che] non mettono frontalmente in discussione la legittimità del nuovo assetto politico, ma rivendicano diritti concreti”.
Il sostegno turco alle politiche di Damasco, “Le ministre turc des affaires étrangères parle comme s’il était le ministre des affaires étrangères de l’administration intérimaire de Damas et ne cesse de pointer du doigt les forces représentant les Kurdes”, si riflette naturalmente in Turchia dove “Il y a eu une rupture sérieuse dans le processus de paix”. In ogni caso la Commissione per la solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia (TBMM) emana il suo rapporto. Il CHP e il DEM, pur esprimendo forti critiche hanno comunque votato a favore “in order to seize what they described as a historic opportunity”. Il voto sposta il processo di pace sulle spalle del parlamento che dovrà emanare le leggi necessarie alla sua attuazione.
Una ulteriore spinta al dialogo viene ancora da Bahceli che chiede per Öcalan lo status di capo negoziatore. Al contrario per il presidente del CHP Özel viene richiesta la sospensione dell’immunità parlamentare. Non si placa infatti la stretta nei confronti del CHP che denuncia gli arresti di suoi membri come parte di una campagna del governo volta a indebolire l’opposizione. Da Imamoğlu in poi sono stati arrestati molti sindaci del CHP alcuni poi sostituiti, come da sempre avviene nelle città curde, da commissari governativi. L’accusa di corruzione e quella di terrorismo viaggiano insieme. Anche nei confronti del sindaco di Ankara, Yavaş, viene aperta un’inchiesta per uso improprio di fondi pubblici. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, nei sondaggi il CHP continua a risultare il primo partito con oltre il 34% dei consensi contro il 29,7% dell’AKP, con Imamoğlu in vantaggio su Erdoğan in un ipotetico ballottaggio per le presidenziali. È chiaro comunque che una soluzione legislativa per Öcalan porterebbe di seguito la necessità di applicarla anche a Kavala e Demirtaş.
Qual è il piano di Erdogan? Lascia a Bahceli le aperture istituzionali ma poi le sue azioni sono di segno contrario. Il licenziamento dei ministri della giustizia,Tunç, e degli interni, Yerlikaya, con due figure intransigenti come, rispettivamente, Gürlek e Çiftçi fanno pensare ad un inasprimento della sua posizione nei confronti dell'opposizione. La nomina “du procureur en chef d’Istanbul, Akın Gürlek, au poste de ministre de la Justice n’est pas un simple remaniement ministériel : c’est l’installation d’un exécuteur judiciaire dont la carrière s’est bâtie sur la répression des dissidents, des dirigeants de l’opposition et des figures de la société civile […] Il s’agit plutôt d’aménager méthodiquement le terrain électoral, en supprimant tout risque de précédent judiciaire favorable à l’opposition”.
La velocità con cui si muove la giustizia per colpire gli oppositori non è la stessa con cui vanno avanti i processi a seguito del terremoto del 2023. Due anni dopo l’evento i processi sono impantanati e nessuno ha ancora pagato per la negligenza con cui sono stati costruiti gli edifici crollati.
Gennaio i difficili rapporti tra UE e USA trovano riscontro nelle pubblicazioni Risk and opportunities in relation to evolving financial and economic relations with the US (PE 779.870) Strategic autonomy, competitiveness and supply chain resilience in the EU (PE 779.844) European Defence Projects of Common Interest: From concept to practice (PE 775.284)
Ad esacerbare ancor di più le relazioni intervengono le nuove minacce di Trump sulla Groenlandia. La reazioneUE questa volta è più decisa, Costa dichiara che siamo pronti “difenderci da qualsiasi forma di coercizione”. Nella dichiarazione di Parigi si trova una precaria sintesi comune sul supporto all’Ucraina. Riferendo al PE il Presidente Costa conferma che l’UE è pronta a difendere “noi stessi, i nostri Stati membri, i nostri cittadini e le nostre imprese da qualsiasi forma di coercizione”, avendo strumenti e potere per farlo. Citando l’accordo UE e Mercosur appena firmato, ribadisce che “anziché dazi, l'Unione europea offre partenariati. Anziché sfere di influenza [crea] sfere di prosperità condivisa”.
La tensione UE-USA sulla Groenlandia è il motivo principale della riunione informale del consiglio europeo. Per quanto riguarda il Board of Peace per Gaza si hanno dubbi sul suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la carta delle Nazioni Unite. Rispondendo alle domande dei giornalisti anche l’AR Kallas ribadisce che l’azione del Board of peace deve essere limitata “alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come previsto” e ammette che “le relazioni transatlantiche […] in quest'ultimo anno […] non sono più le stesse di prima”. Le parole però non nascondono il fatto che “ad ogni evento, ad ogni elemento di crisi che si affaccia sulla scena, l’Unione europea mostra nuove crepe e nuove prove della sua inconsistenza politica”. “Gli europei non intendono spendere capitale diplomatico sul Venezuela, perché la loro priorità assoluta resta l’Ucraina. Tenere gli Stati Uniti coinvolti nel sostegno a Kiev è considerato vitale”
A termine del Consiglio affari esteri di fine mese l’AR Kallas certifica che, in questo momento di confusione mondiale, “the new variable is the fundamental reorientation across the Atlantic”. Rispondendo alle domande dei giornalisti sul Board of Peace per Gaza ammette che “If you read the Charter, then all the States are not equal in this Board of Peace”. In definitiva non si riesce a dire chiaramente che il Board non è altro che un club privato, con un presidente (Trump) a vita con diritto di veto, che dovrà attuare un protettorato di tipo coloniale (come in Bosnia) con lo scopo di cancellare il popolo palestinese. In Cisgiordania Israele fa da sola utilizzando la tattica di “shock and awe […] against a captive population living under its direct military control”, che gli permette di attuare radicali trasformazioni senza alcuna opposizione. L’UE, che fortunatamente non parteciperà ad un club di cui fanno parte monarchi, regimi militari e un leader (Netanyahu) ricercato dalla CPI, non ha ancora però dato seguito alla proposta di imporre sanzioni a Israele e di ridurre i legami commerciali, cerca il suo spazio attraverso il “Palestine Donor Group [che] ha posto al centro l’Autorità Palestinese, lasciata invece indietro nel piano di pace”.
In Medio oriente si registrano altri punti di crisi nell’aggravarsi della situazione in Yemen e nella feroce repressione in Iran oggetto quest’ultima di vari interventi da parte europea che finisce col imporre ulteriori misure restrittive.
Le minacce di attacco da parte USA, mai attuate nei confronti di Teheran confermano che l’Iran è il nemico da poter usare per tener alta la tensione “non è certo la democrazia che interessa a Trump o a Israele. Anzi, un Iran davvero democratico […] potrebbe costituire un problema nel cuore del Medio Oriente”.
Nel tentativo di far sentire ancora la voce dell’UE Costa si reca nella regione. Incontra il presidente del Libano Aoun. Partecipa al 1° summit UE-Giordania. Negli stessi giorni l’AR Kallas incontra il ministro degli esteri egiziano Badr. Ma poi alla fine è il solito compiacimento per il lancio della fase due del piano di pace americano con la conseguente nomina di un fantomatico “Comitato Nazionale Palestinese per l'Amministrazione di Gaza” sostenuto dalla ormai fantasma ANP corredato dagli altrettanto soliti lamenti per la demolizione di parte della sede dell’UNRWA, per l’aumento degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, per la legge che criminalizza l’azione delle ONG. Le uniche vere decisioni che l’UE riesce a prendere sono contro Hamas.
Desiderosa di partecipare al banchetto che si prepara in Siria, la presidenza europea, nel giro in Medio Oriente prima citato, incontra il presidente al-Sharaa per discutere delle nuove relazioni bilaterali. Non una parola sugli attacchi dell’esercito siriano alle Forze Democratiche Siriane ma soddisfazione prima per la tregua poi per l’accordo con il quale si pone fine all’autonomia del Rojava. Abbandonatedagli USA le FDS sono sconfitte dal punto di vista militare e devono abbandonare le zone a maggioranza araba, ma ora che “sono confinate in territori con una grande popolazione curda, che ne riconosce la legittimità [è] più probabile una soluzione pacifica alla crisi”. Con l’accordo che rimodella il sistema di potere, le componenti curde, sia militari che amministrative, saranno parte integrante dei processi dello stato. Naturalmente sarà il tempo a dire se ciò avverrà veramente. Anche la Turchia cerca una posizione di primo piano nella ricostruzione di un paese ancora distrutto e frammentatodove oltre ai curdi altre minoranze chiedono spazio
Gli sviluppi siriani non possono che far piacere ad Erdogan ma potrebbero intralciare il processo di pace in Turchia. C’è il pericolo che “la distinction imposée entre le «processus de résolution» et les éventuelles réformes de démocratisation” dello stato porti ad un approccio securitario della questione curda invece che politico riducendo le possibilità di una vera soluzione democratica. Moltiplicandosi i segni di fine regno, l’erosione elettorale dell’AKP si aggrava ad ogni elezione e i rumors su eventuali successori si susseguono, il presidente turco per ora concentra la sua scure rappresentanti del CHP. I curdi però non sono tranquilli, da un lato considerano tradimento ciò che avviene in Siria, dall’altro “la prolifération des projets d’extraction minière – dopés par les négociations entre le pouvoir central et le PKK – risque de détruire le “mode de vie kurde” et engendrer, paradoxalement, une nouvelle vague de déplacement, cette fois en temps de paix”.
L’annuncio della scoperta di un importante giacimento di terre rare pone ad Ankara e a Bruxelles l’opportunità di “una cooperazione sulle materie prime critiche che potrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento europee”. L’UE potrebbe così tutelare i propri interessi, inserendosi nelle filiere critiche globali, e al contempo evitare di disancorare dall'Occidente la politica estera turca anche se ciò implica fare affari con un partner forte nei mercati ma politicamente inaffidabile. Ankara infatti, alla luce degli interessi comuni in Asia e in Africa, punta ad aderire all’accordo di difesa congiunta firmato tra Riad e Islamabad dopo l’attacco israeliano su Doha. Se la cooperazione politica significa fare affari come farà l’UE a far rispettare ad Erdogan il divieto di importazione di gas e petrolio russi quando Ankara vuole diventare un hub energetico? Come conciliare gli accordi militari israelo-greci e il ventilato aumento da sei a 12 miglia delle acque territoriali che vuole Atene con le ambizioni turche in Mediterraneo? Come conciliare l’enfasi sull'apertura delle infrastrutture con la chiusura dei regimi di mobilità e migrazione che, “EU-based firms constitute 70 percent of foreign direct investment in Turkey and generate nearly half of Turkey’s exports to the EU”, di fatto limitano sempre di più la mobilità verso l’area Schengen?
Per alcuni analisti l'approccio "Made in Europe" La Strategia Europea per la Sicurezza Economica pretende di rafforzare l'industria europea sulla carta, in pratica, se devia verso una linea che esclude un partner produttivo già integrato come la Turchia, il risultato sarà costoso non solo per la Turchia, ma anche per gli obiettivi di sicurezza economica dell'UE stessa
