Maggio il ripristino dell’accordo di cooperazione UE-Siria non impedisce a Damasco di importare petrolio dalla Russia, “una dipendenza che sopravvive alla caduta del vecchio regime e che limita nei fatti l’autonomia politica del nuovo corso siriano”. Alla fine di un percorso elettorale che ha presentato numerose criticità i curdi conquistano solo nove seggi.
Per molti la visita di Trump in Cina sembra essere per lo più un tentativo di gestire il declino americano e in nessun'altra regione il declino degli Stati Uniti è più evidente che in Medio Oriente. “It’s clear that US policies are headed towards disaster – not only for the US and its stated goals, but also, and more importantly, for the Arab people”. Un eventuale ritiro americano potrebbe creare “political margins that Arab countries must exploit and fill on their own terms. If they do not, others will”. Col Project Freedom, finalizzato a guidare le navi bloccate attraverso Hormuz, “Trump prova a uscire dall’impasse con una mossa che gli permette di attribuire alla (prevedibile) reazione iraniana le colpe per la (probabile) ripresa del conflitto”. Impasse in cui si trova anche Netanyahu che dopo mesi di guerra non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi, è sempre più in contrasto con Trump e inizia a perdere il sostegno popolare. “For almost six weeks, life in Israel was turned upside down [missili e droni costringono] Israelis to bomb shelters day and night”. Manovre militari egiziane in Sinai e turche nell’Egeo, queste ultime con la partecipazione di militari libici e siriani, non lo rendono tranquillo. La vicenda della Sumud Flotilla e del conseguente video di Ben Gvir con gli attivisti legati e scherniti è un altro tassello che favorisce l’unione vari paesi islamici. Anche in Europa l’indignazione esplode non perché “suffering becomes intolerable” [ma perché] suffering becomes familiar”. In questo contesto ci sarebbe spazio per una presenza europea che però non si vede.
Al Consiglio Affari esteri va in scena l’ennesimo ”esercizio di equilibrismo diplomatico […] riflesso di un’Europa profondamente spaccata”. Si discute senza concretezza, si raggiunge, un colpo al cerchio e uno alla botte, solo un accordo per sanzionare oltre a membri di Hamas anche coloni violenti. Una velleitaria dichiarazione, a nome anche dell’Italia, si oppone all’ennesimo piano di espansione degli insediamenti. In definitiva come spiega l’AR Kallas “But really, what more can we do?”. Neanche sul fronte balcanico le cose vanno meglio. Il consiglio conferma che l'UE proseguirà il dialogo con la regione adottando misure concrete. Ci si aspetta in cambio una veloce approvazione delle riforme in programma e l'allineamento con la politica estera UE. Due sono i punti dolenti: la situazione politica in Bosnia e lo stallo del dialogo Belgrado-Pristina. Alla Bosnia viene concesso un aiuto di 15 milioni di euro nell'ambito dello strumento europeo per la pace al fine di rafforzarne le capacità militari quando restano in vigore misure restrittive contro coloro che ancora mettono a repentaglio l'integrità territoriale del Paese. Come riporta l’ambasciatore europeo all’ONU la “reform dynamic has since stalled”. Lo dimostrano anche le dimissioni di Schmidt dalla carica di Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina. Il problema è che come ancora ribadito nel documento “Paving the way to EU Enlargement: Assessing economic trends and future prospects” – PE 774.735, la nuova attenzione ai Balcani è partita solo per la paura dell’influenza russa (e turca). Seppure la produzione economica è aumentata c’è il rischio che “Without stronger reform and investment, full convergence and integration could be delayed by several decades”. Per superare lo stallo a Tivat (Montenegro) si terrà il vertice UE-Balcani occidentali. Nel suo giro nella regione non a caso il primo incontro di Costa è con i membri della presidenza bosniaca.
Il PE pubblica lo studio Investment needs identified in the Draghi and Letta reports and their implications for the EU budget – PE785.765
Tra Balcani e Mediterraneo il ruolo della Turchia è sempre più importante, la Commissaria Šuica si reca ad Ankara dove incontra Fidan. Come ha dimostrato la gaffe di von der Leyen del mese scorso, per molti leader europei la Turchia è un partner non un paese candidato. Il problema è come intensificare la cooperazione in settori strategici (difesa, energia, migrazioni) mentre il processo di adesione è bloccato L'approccio transazionale consente a entrambe le parti di gestire le crisi ma non genera fiducia. Due sono i fattori principali di questa situazione: l’ambiguità dell'UE sul ruolo di Ankara in Europa e il continuo arretramento democratico turco. La tensione nei rapporti tra Turchia e UE si palesa nella contemporanea presenza in Armenia. Mentre Ankara riallaccia rapporti commerciali, volendo rafforzare la sua posizione geopolitica nel Caucaso, si svolge il primo summit UE- Armenia. Nel suo discorso von der Leyen, definendo l’Armenia parte della “our broader European family” delinea gli obiettivi del partenariato (sicurezza, difesa, penetrazione economica) che vanno a cozzare con gli identici interessi turchi. Addirittura con Yerevan si avvia un processo di liberalizzazione dei visti che la Turchia insegue da anni. Da parte sua il PE conferma che non ci saranno progressi sulla via dell’adesione senza riforme democratiche e vota l’esclusione della Turchia dalle future componenti di difesa del programma Horizon Europe.
La risposta di Erdogan non si fa attendere. Rivendicando l’appartenenza della Turchia all’Europa ricorda che “Today, Europe’s need for Türkiye is greater than Türkiye’s need for Europe. Tomorrow, this need will increase even further.” Ci si chiede se la presidente della CE, “who no longer feels the need to conceal her aversion to Türkiye”, consideri l'Armenia parte della famiglia europea solo perché cristiana mentre la Turchia è “unwanted neighbor, whose door is only knocked on when its military power is needed, because it is Muslim”. Ankara sostiene che riducendo le relazioni tra con Bruxelles a una dimensione militare e securitaria, l'UE non potrà rafforzare la propria influenza politica né controllare le rotte commerciali ed energetiche. Allo stesso tempo, come pensano molti dei partecipanti all’incontro presso l’ambasciata britannica, “it is neither realistic nor meaningful to speak of increasing NATO’s influence in the Middle East, the Eastern Mediterranean, and the Black Sea while attempting to sideline Türkiye”.
Ankara è preoccupata anche dalla stretta collaborazione tra Israele, Grecia e “Southern Cyprus” (dove le elezioni confermano la stasi politica e l’erosione delle strutture statali). “The consequences of the Israel–Greece alliance, supported by Greek Cypriots, were most recently seen when the SUMUD flotilla […] was intercepted by Israeli commandos off the coast of Crete”. Si citano le parole della relatrice ONU Albanese secondo cui la Grecia sta permettendo a Tel Aviv di "israelizzare" l'Europa. Una proposta di legge per la revisione dei confini marittimi con la Grecia, non ancora presentata in parlamento, conferirebbe alle rivendicazioni turche una base giuridica interna per giustificare le attività nel Mediterraneo orientale. Alla Grecia viene anche rimproverato di riproporre le accuse di genocidio dei greci del Ponto da parte dei turchi alla vigilia, durante e dopo la prima guerra mondiale.
Il nuovo ministro della giustizia non perde tempo. Un tribunale di Ankara dichiara la “absolute nullity” del congresso del CHP del 2023 ordinando la destituzione di Özel, il suo rimpiazzo col precedente segretario Kiliçdaroglu e l’annullamento “of all ordinary and extraordinary congresses held after that date, together with all decisions adopted at those congresses”. Poliziotti fanno irruzione nella sede del partito arrestando vari presenti. “This marks the first time in Türkiye that a political party leadership elected by delegate votes at a congress has been removed through a judicial decision”.
Le ambigue parole di Kiliçdaroğlu prima e dopo la divulgazione della sentenza e il fatto che figure vicine all’ex premier abbiano coordinato l’impianto accusatorio mostrano connivenza col tribunale. Se la sentenza diventasse definitiva potrebbe essere invalidata anche la candidatura di İmamoğlu alla presidenza della repubblica. Secondo alcuni analisti la sentenza rischia l’effetto contrario. Mentre i deputati filo-Kılıçdaroğlu entravano nella sede del partito scortati della polizia, Özel ha iniziato a marciare verso il Parlamento sotto una pioggia torrenziale con alle spalle una la folla sempre più numerosa. “In the eyes of the public, his political star continues to rise”. La sorte di Özel si porta dietro quella di İmamoğlu (e di Demirtaş e Kavala) il quale, anche se provato dalla prigionia, accusa Erdoğan di gettare la nazione in una enorme “crise politique et judiciaire – et donc économique”. L’economia continua ad essere il tallone d’Achille del presidente. La guerra in Medio oriente provoca un nuovo rialzo dell’inflazione e un continuo deterioramento della bilancia commerciale che a marzo vede le esportazioni diminuire del 6,4%, e le importazioni aumentare dell'8,2%. Anche il processo di pace con il PKK è in stallo, Erdoğan vorrebbe assicurarsi i voti curdi con modifiche costituzionali ma funzionari del PKK accusano il governo di non aver attuato le riforme necessarie per far progredire il processo, né di aver pianificato la liberazione di Öcalan prevista nell’ambito del processo. Le operazioni militari in Iraq e il perdurare commissariamento dei sindaci curdi sono altri ostacoli.
Aprile i leader europei si compiacciono del cessate il fuoco tra USA e Iran, l’AR Kallas spera che sia giunto “il momento di elaborare una strategia globale per una pace duratura in tutto il Medio Oriente”. In visita nel Golfo Costa condanna gli attacchi iraniani alla “sovereignty and territorial integrity” dei Paesi del Golfo. Quello che interessa è però riaprire alla navigazione Hormuz. Per quanto riguarda il Libano condanna Hezbollah in quanto “existential threat for Lebanon and a dangerous destabilising factor for international peace and security”. Nessuna parola sulla integrità territoriale libanese. A ricordarla un timido accenno da parte di von del Leyen. Il cessate il fuoco tra Tel Aviv e Beirut, conseguente a quello con l’Iran, per alcuni analisti crea un precedente storico: “for the first time, forces opposing the United States and Israel have succeeded in imposing conditions on both”. La morte di un casco blu francese sta a dimostrare non solo che la tregua in Libano è violata ma che le forze ONU, non da ora, sono un obiettivo.
Alla riunione del Ad Hoc Liaison Committee per la Palestina l’AR Kallas rifiuta l’accusa di doppi standard perché l’UE è il principale sostenitore del popolo palestinese. Poi, si riesumando la soluzione a due stati, ammette che l’UE non può costringere Israele a fermare l'espansione degli insediamenti, punire i crimini dei coloni, sbloccare le entrate fiscali palestinesi trattenute. Auspica che l'Autorità Palestinese proceda con le riforme lavorando insieme al fantomatico Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza. Naturalmente il maggiore ostacolo alla pace è il rifiuto di Hamas di disarmarsi. Per quanto riguarda la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele, si difende adducendo la necessità di una posizione unitaria fin qui non raggiunta. Conferma che L’UE non può aderire al Board of Peace per la natura temporanea del dell’organismo e perché non menziona il ruolo dei palestinesi. Al Consiglio affari esteri del giorno dopo Kallas annuncia l'assenza di unanimità sulla proposta relativa a una sospensione dell'accordo di associazione UE-Israele. Alcuni analisti ricordano che qualora la strategia per il Medio Oriente che la Commissione prevede di varare si concentrasse solo dove vi è più consenso “This would be a historic mistake for Europe. It would further entrench the multiple errors it has made in the last few years on the region”. Di fronte all’azione decisa di alcuni paesi come, Spagna in primis, altri, pensano che lo scudo europeo ad Israele si stia sgretolando.
L’ondivaga strategia trumpiana, il presidente americano entra in conflitto anche con il Papa, spinge i Paesi del Golfo a porsi domande sulla credibilità degli USA. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo in luce come il tacito accordo petrolio in cambio di sicurezza non sia più sostenibile. I costi per la sicurezza “once externalized onto the US military presence must now be internalized by Gulf states themselves” i quali sono portati a concludere che “their core security interests are being sidelined in favor of short-term political gains in Washington”. Gli attacchi israeliani in tutta la regione per ora non hanno incrinato la “toxic Israel-U.S. Relationship” ma spingono Pakistan, Egitto, Turchia e Arabia Saudita a stringere una sempre più stretta alleanza. Per come si sono messe le cose non è detto che un accordo riporti la regione alla situazione pre-conflitto, “gli investimenti in nuove rotte commerciali, soprattutto di terra, riguardano il presente ma anche il futuro della regione”. Si arriva al paradosso che delegazioni di Riyadh e Houthi si incontrino con la mediazione ONU per scongiurare nuovi scontri in Mar Rosso.
Di fronte all’insostenibilità del conflitto anche l’Europa inizia a sfilarsi, “non si tratta di una posizione unitaria di principio: è la somma di calcoli nazionali […] la fedeltà all’America che nel 2026 sta picconando l’ordine internazionale ha un costo strutturalmente diverso dalla fedeltà all’America che nel 2003 ne sembrava il garante”. L’UE, per ragioni ideologiche, è uno dei bersagli di Trump. La guerra all’Iran “è una guerra tra i combustibili fossili e le energie rinnovabili. Un conflitto di civiltà e di culture”. L’amministrazione Trump è in rotta di collisione con l’UE e con i suoi valori. In questo contesto Bruxelles “dovrebbe accettare la propria natura di superpotenza incompleta [cercando al contempo di costruire] un’alleanza di medie potenze”. Per sfruttare al massimo il suo potenziale economico e di civiltà è però necessario “semplificare e migliorare il processo decisionale”. Anche l’Italia, dopo la rottura tra Meloni e Trump, dà segni di vita e sospende il rinnovo automatico del memorandum sulla cooperazione nel settore della difesa con Israele. Al termine del Consiglio informale di Cipro Costa ribadisce le già note priorità UE. Da parte sua l’AR Kallas con uno sguardo più ampio, per la Siria sottolinea la necessità che il governo affronti la questione dei campi profughi e il rafforzamento delle istituzioni con l’integrare tutti i gruppi etnici e religiosi. Per il Libano paventa la possibilità di istituire una missione europea una volta terminata la missione UNIFIL. Al margine della riunione viene firmata la tabella di marcia "Un'Europa, un mercato" – 8473/26.
La guerra in Iran mette sullo sfondo quello che succede nel Magrheb. Nuovi attori entrano in scena mentre cala l’influenza europea. Alle tensioni tra Marocco e Algeria si aggiunge una ripresa di quelle in Libia. Militari ucraini, con il consenso di Tripoli lanciano droni contro le petroliere della flotta ombra russa nel Mediterraneo. Gli ucraini condividono le strutture con americani, britannici, italiani e turchi. Anche la parte orientale, sancendo il fallimento dell’embargo ONU, si riarma. Haftar riceve nuovi droni da combattimento da Cina e Turchia la quale, nonostante sostenga Tripoli, mantiene rapporti anche con l’Est, “in una strategia pragmatica volta a preservare i propri interessi energetici e geopolitici nel Mediterraneo”. Se l’UE vuole rimanere un attore importante deve “mettere alla prova la propria capacità di agire”. Il Patto per il Mediterraneo e il Piano Mattei rappresentano dei passi necessari ma saranno utili se i programmi attivati nel loro ambito avranno la concretezza raggiungere una dimensione strutturale.
Nel caos mediorientale si intensifica la rivalità tra Ankara e Tel Aviv. Israele nomina il primo ambasciatore in Somaliland dal canto suo Ankara intensifica la sua presenza in Somalia. Per entrambi i paesi la posta in gioco è la presenza nel Corno d’Africa, nodo strategico commerciale e militare. Sia in Medio Oriente che in Ucraina la Turchia è una controparte imprescindibile per l’Europa. In ambito NATO vengono annunciate la creazione di un corpo multinazionale di intervento rapido con sede ad Adana e di un quartiere generale navale sulle rive del Bosforo. Anche nel Caucaso il processo riavvicinamento tra Ankara e Yerevan è salutato con soddisfazione. Gli interessi europei e turchi però non sempre coincidono. La volontà di Ankara di continuare ad acquistare gas iraniano e soprattutto il progetto di diventare un hub commerciale, energetico (anche sul piano delle energie rinnovabili) e finanziario si scontra con i progetti europei. È rivelatrice una gaffe della von der Leyen che parlando dell’allargamento lo ritiene necessario per difendersi “dalle pressioni esterne e dalle influenze politiche esercitate da Russia, Cina e Turchia”. I media turchi reagiscono duramente, anche i più europeisti, ricapitolando i fatti, sono convinti che gli sforzi “particularly within the EU, to sideline Türkiye are intensifying [le parole di Von dere Leyen] reflecting a persistent fixation on keeping Türkiye outside not only the EU but Europe more broadly”.
I progetti di grandezza di Erdoğan si scontrano però con una realtà diversa. La penuria di manodopera a basso prezzo dovuta al rimpatrio di circa mezzo milione di siriani svuota officine e laboratori tessili, i minatori entrano in sciopero per reclamare il pagamento degli stipendi arretrati. La polizia interviene. Erdogan prosegue nel consolidare il suo potere, accoglie personalmente tre deputati transfughi dall’opposizione arrivando a avere nella Grande Assemblea, insieme al MHP, 322 seggi su 600. Queste cifre sono importanti: per la convocazione di elezioni anticipate o referendum servono 360 voti. Per una eventuale modifica unilaterale della Costituzione servono 400 voti. Dopo la nomina di Gürlek alla giustizia c’è stato un grosso rimpasto “Par décret présidentiel, les directeurs des affaires pénales, du droit civil et de l'administration pénitentiaire ont été remplacés d'un seul trait de plume”. Vale la pena ricordare che Gürlek è stato l’accusatore di Osman Kavala a favore del quale al Consiglio d’Europa viene presentata una risoluzione che se approvata imporrebbe sanzioni mirate “contre les responsables turcs jugés impliqués dans le maintien en détention de Kavala”. A questo, per avere il quadro completo, si aggiungano l’arresto di circa 20 sindaci del CHP (intanto una corte ordina il rilascio di 15 accusati nel processo ad Imamoğlu), il tentativo di neutralizzare il partito curdo con un “processus de paix en trompe-l'œil” e la museruola alla stampa.
Marzo il comunicato UE successivo all’attacco all’Iran, non riporta nessuna condanna esplicita per USA e Israele. Anche la dichiarazione comune CCG-UE condanna gli “ingiustificabili” attacchi iraniani contro i paesi del Golfo i quali hanno il “diritto naturale […], a norma dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, di difendersi”. Le sconsiderate giustificazioni all’attacco di molti leader europei testimoniano che il principio di non aggressione può essere infranto dal più forte. Una ulteriore dichiarazione di Costa e von der Leyen a seguito di una video conferenza con i leader della regione (Turchia compresa) si preoccupa della necessità che le operazioni “difensive” ASPIDES e ATALANTA proteggano le vie degli idrocarburi. Per ora infatti due sono i risultati della guerra: il ricompattamento del regime e il blocco del traffico navale nello stretto di Hormuz con un’impennata del prezzo di petrolio e gas che colpisce l’Europa (e arricchisce la Russia). Alla fine del primo mese di guerra è chiaro che l’Iran non si sgretolerà, la struttura statale non legata ad un leader e “the country’s historical self-perception” sono un collante di resistenza. Le monarchie arabe si trovano coinvolte in una guerra che si regge su presupposti falsi e finalità deboli “Mr Trump followed the same disingenuous path laid out by the Bush administration”, sprofondando “la région dans l’inconnu”. L’unico che ci guadagna da questo caos prolungato è Netanyahu. Gli americani probabilmente vinceranno la guerra ma come sarà il dopo? Una vittoria militare e il crollo del regime in cosa si concretizzeranno? L’esperienza irachena non lascia margini di ottimismo.
Il consiglio affari esteri ribadisce la preoccupazione per l’allargamento del conflitto ma non dichiara la sua posizione, continua a protestare per la situazione in Libano, in Cisgiordania e a Gaza dove la seconda fase del piano di pace è completamente bloccata. Ribadendo che l’Europa non è in guerra l’AR Kallas ammette che gli obiettivi politici del conflitto sono confusi e le conseguenze non sotto controllo. Prevede che se continua il blocco del passaggio dei fertilizzanti nello stretto di Hormuz il prossimo anno ci sarà carestia in Africa. Dopo pochi giorni al Consiglio europeo (EUCO 1/26) l’unica novità è la preoccupazione di bloccare movimenti migratori incontrollati verso l'UE. A seguito del lancio di razzi su Cipro, il Consiglio si compiace del dispiegamento di mezzi militari europei a sostegno dell’isola. La stessa azione compiuta da Ankara, che dispiega 16 aerei F-16 porta invece alle proteste del presidente della Repubblica di Cipro. Il contemporaneo vertice euro - EURO 504/26 – e l’enfasi di Costa sulle decisioni prese per rafforzare la competitività europea e sull’approvazione dell'agenda "un'Europa, un mercato" segnalano le preoccupazioni per le conseguenze del conflitto in Iran. Secondo alcuni analisti “the structural transformation of the international order has created a historic window of opportunity enabling Europe simultaneously to strengthen its strategic autonomy and its financial sovereignty […] The convergence between the Letta and Draghi reports and the Blanchard-Ubide proposal comprises a consistent reformist triad” per raggiungere quella autonomia finanziaria e strategica di cui tanto si parla.
Nella dichiarazione comune Costa-Gutierrez si ribadisce che è decisivo difendere l'ordine internazionale sostenendo l'azione dell’ONU. In un discorso a Science Po Costa pone l’azione europea sotto tre P “Principi, Partnership, Potere”. La prima “P” prevede il rispetto del multilateralismo con un Europa che sia un partner affidabile. La seconda “P” permetterà di costruire, anziché sfere d'influenza, reti di cooperazione economica e politica. Tutto ciò implica la terza “P”, potere, che però si costruisce solo se l’UE accelera il suo lavoro interno per raggiungere quel livello di competitività e difesa non solo in grado di difendere Cipro ma anche di far fronte alle minacce americane contro la Groenlandia. I principi europei però vengono meno ogni volta che si raffrontano le reazioni sull’Ucraina e su Israele. Compatti su Kiev, riguardo alle avventure di Trump e Netanyahu gli europei “non si fanno scrupolo di giocare ognuno la propria partita scegliendosi, nel caso, partner occasionali”. La Spagna rimane sola ad esprimere una posizione netta di condanna. Mentre i ministri degli esteri si recano in Ucraina per commemorare le vittime del massacro di Bucha perpetrato dalle truppe russe, gli israeliani continuano a bombardare dove vogliono. Pur ribadendo che l'integrità territoriale del Libano debba essere rispettata l’UE non muove un dito perché “the responsibility for this situation lies with Hezbollah”. Per l’UE (e per il governo libanese) i civili sono, secondo la convenienza, ora cittadini libanesi, cui destinare migliaia di euro in aiuti, ora membri di Hezbollah da poter sterminare. Per Israele il dubbio non si pone e, come a Gaza, impone l’evacuazione degli abitanti dalle proprie case impossessandosi del territorio “What it does may determine when, by whom, even if, the suburbs will again be inhabited”. L’invasione israeliana “si inserisce in una dinamica storica che intreccia la ricerca di sicurezza militare, l’ambizione di controllare le risorse idriche e la necessità di legittimare l’espansione territoriale ben oltre la Galilea”. Al Libano è chiesto di scegliere tra la “pax israelica” con il conseguente sfollamento di parte della sua popolazione o Hezbollah che ha trascinato il Libano in conflitti senza fine e acuito la frammentazione interna. Per definire un futuro che vada oltre questa scelta è necessario invece ricostruire la sovranità di uno stato che possa “deliver security, justice, and public goods to its citizens” con o senza Hezbollah al suo interno. Il disarmo di Hezbollah non è la magica decisione per finire la guerra perché “Israel today is governed by leaders who openly articulate expansionist visions of the region”. Così mentre l’UE al Consiglio d’Europa chiede a gran voce che “all countries applying the death penalty to abolish it, or to maintain or introduce a moratorium”, balbetta una debole protesta nel momento in cui il parlamento israeliano approva la legge che permette di condannare a morte i palestinesi.
In questo contesto la Turchia mantiene una posizione ambigua necessaria per conservare margini di manovra. “Per Ankara il problema non è scegliere tra Teheran e Washington, ma evitare che il confronto tra i due distrugga quel minimo di ordine regionale che consente alla Turchia di proteggere i propri interessi vitali” che vanno dalla necessità del gas e petrolio iraniani, alla convergenza sulla questione curda, alla stabilità dei confini. La paura di Erdoğan è che la regione venga travolta da «una grande tempesta» con ondate di profughi, terrorismo jihadista o curdo. Per gli analisti vicini al governo questa guerra voluta da Netanyahu, non dagli USA che hanno un presidente ricattato per i file Epstein; non dagli stati arabi, che hanno constatato come gli USA non diano priorità alla loro sicurezza; non dall’Europa, che rifiuta ogni coinvolgimento bellico per riaprire Hormuz, è comunque diventata la guerra di tutti. Si teme che la volontà di Tel Aviv di inseguire il sogno del Grande Israele prepara, come più volte ripetuto da parlamentari israeliani, lo scontro con Ankara il cui ministro degli esteri Fidan “incarne l’opposition radicale de son gouvernement à la recomposition du Proche-Orient souhaitée par Israël”. Eppure lo stesso Fidan ha messo la firma, con gli stati arabi, su una dichiarazione in cui è come se non fossero stati gli USA e Israele ad attaccare l'Iran. Ma per gli stati arabi la priorità “is the preservation of the regional status quo, whatever the human cost”.
Mentre infuria la guerra a Istanbul si svolge prima udienza maxi-processo contro l’amministrazione di Istanbul, il principale imputato è il sindaco Imamoğlu. In aula è presente il leader del CHP, Özel, le cui proteste gli costano una denuncia per offesa alla corte. Il processo è chiaramente messo in piedi, ne è convinto il grande scrittore Altan “pour éviter qu’ils ne puisse se présenter aux élections présidentielles”. Secondo Amnesty international questo processo “collectif incarne le paroxysme de l’instrumentalisation du système judiciaire turc, dont l’indépendance est aujourd’hui presque totalement anéantie”. In Turchia, come in molti stati europei, si vuole di superare la violenza contro le donne inquadrandola nel rafforzamento della famiglia (l’uscita di Ankara dalla Convenzione di Istanbul è avvenuta proprio perché il trattato minava i valori sociali e familiari) ciò di fatto ha indebolito le tutele tanto che il paese è sceso al 106° posto nell'indice Donne, Pace e Sicurezza. Quello che accade in Turchia è un campanello d'allarme anche per l'Europa ma la “P” di principi cede il passo alla “P” di potere ora che Ankara sta divenendo il pilastro del riarmo europeo. Nonostante l’esclusione dal SAFE, industriali e politici turchi si sono incontrati con gli europei. Questi incontri hanno dato risultati tangibili come la joint-venture tra Leonardo e Bayraktar o, a livello politico, il comando della forza marittima che opererà in Mar Nero se ci sarà un cessate il fuoco in Ucraina. Le cifre dell’industria militare turca parlano da sole, le esportazioni sono arrivate a 10 miliardi di dollari con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. La Turchia è comunque inclusa nella definizione “Made in EU” grazie all’Unione doganale. Permangono delle criticità che potranno essere superate proprio dalla modernizzazione, di cui si parla da anni, dell’Unione doganale stessa.
Febbraio nell’incontro informale di Alden Biesen si si discute di sicurezza economica. Ma cosa si intende per competitività? “Un nuovo prestito per gli investimenti, come propone Macron, oppure una competitività raggiunta abbassando i costi di produzione, sulla linea Merz-Meloni?” si preferiranno soluzioni a breve col “«semplificare», cioè tagliare le norme di protezione, ambientali e sociali” rinunciando a visioni di lungo periodo? A fine lavori l’AR Kallas, povera di argomenti scarica i problemi europei sull’aggressività commerciale cinese.
L’applicazione delle nuove normative sulla migrazione introduce “una trasformazione strutturale del modo in cui il diritto viene impiegato per governare persone […] ridefinendo in profondità il perimetro dei diritti, riaffermando una divisione basata su censo e nazionalità”. Il Consiglio adottando il primo elenco UE di paesi di origine sicuri e una revisione del concetto di paese terzo sicuro dichiara apertamente che ci sarà “maggiore flessibilità nel respingere le domande di asilo”. Il PE pubblica l’infografica Minors in migration: Irregular entry and asylum - PE 766.235
L’apartheid, come sempre, si pratica attraverso la burocrazia. Tel Aviv approva misure per semplificare l’acquisizione di terre per favorire l’espansione delle colonie. A questo si accompagna un disegno di legge che legalizza la pena di morte per i palestinesi. In Cisgiordania e a Gaza è in corso una annessione de facto “che svuota gli accordi di Oslo e rende impossibile l’ipotesi stessa di uno Stato palestinese”. L’ennesimo rapporto ONU certifica che è in atto una pulizia etnica. In questo contesto, il Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (NCAG) che dovrebbe gestire la vita dei palestinesi dopo la guerra non ha in pratica alcun potere decisionale. Le trite proteste dell’UE mascherano ancora una volta la volontà di non usare le leve a sua disposizione. Alla prima riunione del famigerato Board of Peace l’Europa si presenta divisa. Bulgaria e Ungheria vi partecipano, l’UE e altri paesi (tra cui l’Italia) sono presenti come osservatori, gli altri declinano l’invito. Mentre si fa sempre più nebuloso il modo in cui il BoP voglia porre fine alla guerra si discute del suo ruolo di alternativa all’ONU.
USA e Israele attaccano l’Iran. Il Medio oriente viene trascinato in una guerra di cui non si conoscono gli scopi né la gestione del dopoguerra. Irrilevante l’UE chiede moderazione e rispetto del diritto internazionale a chi lo calpesta da anni. L’Italia si rende ridicola quando, ignaro dell’attacco, si trova con il ministro della difesa bloccato a Dubai. Il rispetto dei confini e la non ammissibilità di progetti di annessione valgono solo per l’Ucraina. Ad Israele l’ambasciatore USA permetterebbe di occupare gran parte del Medio Oriente. “When a serving ambassador validates total territorial control, the message received across the region is unmistakable: Washington’s commitment to two states is unreliable for all purposes and intent”. L’intervista evidenzia “the growing suspicion that American officials may be more loyal to a foreign country than they are to the US” e ciò potrebbe non far piacere al cittadino statunitense (ma anche ad alcuni israeliani).
Il Consiglio affari esteri di fine mese ribadisce il pieno appoggio a Kiev ma il 20° pacchetto di sanzioni viene bloccato dall’Ungheria. Nella conferenza stampa a fine lavori l’AR Kallas annaspa di fronte alle domande dei giornalisti cercando di giustificare il viaggio di Rubio in Ungheria e Slovacchia dopo che la Conferenza di Monaco ha dimostrato “the EU’s submission to American pressure despite its belated push for strategic autonomy”. A Monaco la Turchia scottata dall’esclusione (per il veto greco e cipriota) al programma SAFE, si presenta con una delegazione non di vertice. Ankara è preoccupata anche da una possibile svolta protezionistica europea, in particolare negli appalti pubblici. In una lettera aperta ai leader UE la comunità imprenditoriale turca lamenta non solo l’esclusione dal SAFE ma anche dalla creazione dell’etichetta “Made in Europe” e dagli accordi di libero scambio con Mercosur e India. Temono anche che le ragioni siano politiche e non commerciali, due in particolare: la questione di Cipro e il rispetto dei diritti umani. Ricordano però che se l’UE vuole essere un attore nel nuovo ordine mondiale ha bisogno della Turchia.
Secondo alcuni analisti vicini ad Erdoğan la “selective solidarity” europea applicata nelle crisi di Gaza e Ucraina e la nascita del Board of Peace, con il definitivo collasso dell’ordine internazionale, dimostrano che la politica di autonomia strategica turca, “initially attempted to be marginalized in the West as an emotional or revisionist discourse” si è invece rilevata lungimirante tanto che ora “With this stance, Türkiye rises to the position of a norm-setter proposing order and justice to the chaotic order, rather than just a complainant criticizing the status quo”.
Nel divertente, se non fosse per il sangue che scorre, coniare definizioni, caduta la “mezzaluna scita” ecco profilarsi il “muro sunnita“. Per Israele, che ha dovuto ingoiare la partecipazione di Ankara al BoP, Turchia e Qatar, entrati a Gaza “dalla porta principale”, stanno costruendo un’alleanza con vari paesi islamici, Egitto in primis, da opporre a Tel Aviv. Vari media riportano le preoccupazioni per la costruzione di un “Sunni axis that might be even more powerful than Iran’s Shi’a axis”. Lo scontro tra Erdoğan e Netanyahu limitato finora alle parole e alla sfera economica, trova nuova linfa nel Corno d’Africa dove per contrastare la presenza turca in Somalia, Tel Aviv riconosce la regione secessionista del Somaliland. Per non parlare poi della Siria dove Ankara ha interessi politici e commerciali. La presenza militare turca nel nord e l’appoggio alla formazione dell’esercito siriano si scontrano con l’interesse di Israele a controllare, militarmente, la parte meridionale del paese. La firma dell’accordo tra le SDF e Damasco, mette fine all’autonomia dei curdi ma pone Al-Sharaa di fronte al problema di come integrare la minoranza (questo vale anche per Drusi e Alawiti) nelle strutture statali e militari del paese. “National conflicts drive societies toward fanaticism and civil wars, turning the masses into fuel for conflicts that do not serve their interests” Invece di inseguire fantomatici stati nazione etnicamente omogenei, occorre inseguire i diritti “within the framework of an equal citizenship state — a state founded on the full equality of citizens before the law, without national or religious discrimination, and one that transcends national and sectarian affiliations in its political structure”. In questa ottica sono fonte di ottimismo per un futuro di integrazione le “mobilitazioni popolari non incentrate solo sull’identità confessionale o sull’appartenenza politico-militare, ma su lavoro, servizi, carovita, terra e diritti sociali [che] non mettono frontalmente in discussione la legittimità del nuovo assetto politico, ma rivendicano diritti concreti”.
Il sostegno turco alle politiche di Damasco, “Le ministre turc des affaires étrangères parle comme s’il était le ministre des affaires étrangères de l’administration intérimaire de Damas et ne cesse de pointer du doigt les forces représentant les Kurdes”, si riflette naturalmente in Turchia dove “Il y a eu une rupture sérieuse dans le processus de paix”. In ogni caso la Commissione per la solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia (TBMM) emana il suo rapporto. Il CHP e il DEM, pur esprimendo forti critiche hanno comunque votato a favore “in order to seize what they described as a historic opportunity”. Il voto sposta il processo di pace sulle spalle del parlamento che dovrà emanare le leggi necessarie alla sua attuazione.
Una ulteriore spinta al dialogo viene ancora da Bahceli che chiede per Öcalan lo status di capo negoziatore. Al contrario per il presidente del CHP Özel viene richiesta la sospensione dell’immunità parlamentare. Non si placa infatti la stretta nei confronti del CHP che denuncia gli arresti di suoi membri come parte di una campagna del governo volta a indebolire l’opposizione. Da Imamoğlu in poi sono stati arrestati molti sindaci del CHP alcuni poi sostituiti, come da sempre avviene nelle città curde, da commissari governativi. L’accusa di corruzione e quella di terrorismo viaggiano insieme. Anche nei confronti del sindaco di Ankara, Yavaş, viene aperta un’inchiesta per uso improprio di fondi pubblici. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, nei sondaggi il CHP continua a risultare il primo partito con oltre il 34% dei consensi contro il 29,7% dell’AKP, con Imamoğlu in vantaggio su Erdoğan in un ipotetico ballottaggio per le presidenziali. È chiaro comunque che una soluzione legislativa per Öcalan porterebbe di seguito la necessità di applicarla anche a Kavala e Demirtaş.
Qual è il piano di Erdogan? Lascia a Bahceli le aperture istituzionali ma poi le sue azioni sono di segno contrario. Il licenziamento dei ministri della giustizia,Tunç, e degli interni, Yerlikaya, con due figure intransigenti come, rispettivamente, Gürlek e Çiftçi fanno pensare ad un inasprimento della sua posizione nei confronti dell'opposizione. La nomina “du procureur en chef d’Istanbul, Akın Gürlek, au poste de ministre de la Justice n’est pas un simple remaniement ministériel : c’est l’installation d’un exécuteur judiciaire dont la carrière s’est bâtie sur la répression des dissidents, des dirigeants de l’opposition et des figures de la société civile […] Il s’agit plutôt d’aménager méthodiquement le terrain électoral, en supprimant tout risque de précédent judiciaire favorable à l’opposition”.
La velocità con cui si muove la giustizia per colpire gli oppositori non è la stessa con cui vanno avanti i processi a seguito del terremoto del 2023. Due anni dopo l’evento i processi sono impantanati e nessuno ha ancora pagato per la negligenza con cui sono stati costruiti gli edifici crollati.
Gennaio i difficili rapporti tra UE e USA trovano riscontro nelle pubblicazioni Risk and opportunities in relation to evolving financial and economic relations with the US (PE 779.870) Strategic autonomy, competitiveness and supply chain resilience in the EU (PE 779.844) European Defence Projects of Common Interest: From concept to practice (PE 775.284)
Ad esacerbare ancor di più le relazioni intervengono le nuove minacce di Trump sulla Groenlandia. La reazioneUE questa volta è più decisa, Costa dichiara che siamo pronti “difenderci da qualsiasi forma di coercizione”. Nella dichiarazione di Parigi si trova una precaria sintesi comune sul supporto all’Ucraina. Riferendo al PE il Presidente Costa conferma che l’UE è pronta a difendere “noi stessi, i nostri Stati membri, i nostri cittadini e le nostre imprese da qualsiasi forma di coercizione”, avendo strumenti e potere per farlo. Citando l’accordo UE e Mercosur appena firmato, ribadisce che “anziché dazi, l'Unione europea offre partenariati. Anziché sfere di influenza [crea] sfere di prosperità condivisa”.
La tensione UE-USA sulla Groenlandia è il motivo principale della riunione informale del consiglio europeo. Per quanto riguarda il Board of Peace per Gaza si hanno dubbi sul suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la carta delle Nazioni Unite. Rispondendo alle domande dei giornalisti anche l’AR Kallas ribadisce che l’azione del Board of peace deve essere limitata “alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come previsto” e ammette che “le relazioni transatlantiche […] in quest'ultimo anno […] non sono più le stesse di prima”. Le parole però non nascondono il fatto che “ad ogni evento, ad ogni elemento di crisi che si affaccia sulla scena, l’Unione europea mostra nuove crepe e nuove prove della sua inconsistenza politica”. “Gli europei non intendono spendere capitale diplomatico sul Venezuela, perché la loro priorità assoluta resta l’Ucraina. Tenere gli Stati Uniti coinvolti nel sostegno a Kiev è considerato vitale”
A termine del Consiglio affari esteri di fine mese l’AR Kallas certifica che, in questo momento di confusione mondiale, “the new variable is the fundamental reorientation across the Atlantic”. Rispondendo alle domande dei giornalisti sul Board of Peace per Gaza ammette che “If you read the Charter, then all the States are not equal in this Board of Peace”. In definitiva non si riesce a dire chiaramente che il Board non è altro che un club privato, con un presidente (Trump) a vita con diritto di veto, che dovrà attuare un protettorato di tipo coloniale (come in Bosnia) con lo scopo di cancellare il popolo palestinese. In Cisgiordania Israele fa da sola utilizzando la tattica di “shock and awe […] against a captive population living under its direct military control”, che gli permette di attuare radicali trasformazioni senza alcuna opposizione. L’UE, che fortunatamente non parteciperà ad un club di cui fanno parte monarchi, regimi militari e un leader (Netanyahu) ricercato dalla CPI, non ha ancora però dato seguito alla proposta di imporre sanzioni a Israele e di ridurre i legami commerciali, cerca il suo spazio attraverso il “Palestine Donor Group [che] ha posto al centro l’Autorità Palestinese, lasciata invece indietro nel piano di pace”.
In Medio oriente si registrano altri punti di crisi nell’aggravarsi della situazione in Yemen e nella feroce repressione in Iran oggetto quest’ultima di vari interventi da parte europea che finisce col imporre ulteriori misure restrittive.
Le minacce di attacco da parte USA, mai attuate nei confronti di Teheran confermano che l’Iran è il nemico da poter usare per tener alta la tensione “non è certo la democrazia che interessa a Trump o a Israele. Anzi, un Iran davvero democratico […] potrebbe costituire un problema nel cuore del Medio Oriente”.
Nel tentativo di far sentire ancora la voce dell’UE Costa si reca nella regione. Incontra il presidente del Libano Aoun. Partecipa al 1° summit UE-Giordania. Negli stessi giorni l’AR Kallas incontra il ministro degli esteri egiziano Badr. Ma poi alla fine è il solito compiacimento per il lancio della fase due del piano di pace americano con la conseguente nomina di un fantomatico “Comitato Nazionale Palestinese per l'Amministrazione di Gaza” sostenuto dalla ormai fantasma ANP corredato dagli altrettanto soliti lamenti per la demolizione di parte della sede dell’UNRWA, per l’aumento degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, per la legge che criminalizza l’azione delle ONG. Le uniche vere decisioni che l’UE riesce a prendere sono contro Hamas.
Desiderosa di partecipare al banchetto che si prepara in Siria, la presidenza europea, nel giro in Medio Oriente prima citato, incontra il presidente al-Sharaa per discutere delle nuove relazioni bilaterali. Non una parola sugli attacchi dell’esercito siriano alle Forze Democratiche Siriane ma soddisfazione prima per la tregua poi per l’accordo con il quale si pone fine all’autonomia del Rojava. Abbandonatedagli USA le FDS sono sconfitte dal punto di vista militare e devono abbandonare le zone a maggioranza araba, ma ora che “sono confinate in territori con una grande popolazione curda, che ne riconosce la legittimità [è] più probabile una soluzione pacifica alla crisi”. Con l’accordo che rimodella il sistema di potere, le componenti curde, sia militari che amministrative, saranno parte integrante dei processi dello stato. Naturalmente sarà il tempo a dire se ciò avverrà veramente. Anche la Turchia cerca una posizione di primo piano nella ricostruzione di un paese ancora distrutto e frammentatodove oltre ai curdi altre minoranze chiedono spazio
Gli sviluppi siriani non possono che far piacere ad Erdogan ma potrebbero intralciare il processo di pace in Turchia. C’è il pericolo che “la distinction imposée entre le «processus de résolution» et les éventuelles réformes de démocratisation” dello stato porti ad un approccio securitario della questione curda invece che politico riducendo le possibilità di una vera soluzione democratica. Moltiplicandosi i segni di fine regno, l’erosione elettorale dell’AKP si aggrava ad ogni elezione e i rumors su eventuali successori si susseguono, il presidente turco per ora concentra la sua scure rappresentanti del CHP. I curdi però non sono tranquilli, da un lato considerano tradimento ciò che avviene in Siria, dall’altro “la prolifération des projets d’extraction minière – dopés par les négociations entre le pouvoir central et le PKK – risque de détruire le “mode de vie kurde” et engendrer, paradoxalement, une nouvelle vague de déplacement, cette fois en temps de paix”.
L’annuncio della scoperta di un importante giacimento di terre rare pone ad Ankara e a Bruxelles l’opportunità di “una cooperazione sulle materie prime critiche che potrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento europee”. L’UE potrebbe così tutelare i propri interessi, inserendosi nelle filiere critiche globali, e al contempo evitare di disancorare dall'Occidente la politica estera turca anche se ciò implica fare affari con un partner forte nei mercati ma politicamente inaffidabile. Ankara infatti, alla luce degli interessi comuni in Asia e in Africa, punta ad aderire all’accordo di difesa congiunta firmato tra Riad e Islamabad dopo l’attacco israeliano su Doha. Se la cooperazione politica significa fare affari come farà l’UE a far rispettare ad Erdogan il divieto di importazione di gas e petrolio russi quando Ankara vuole diventare un hub energetico? Come conciliare gli accordi militari israelo-greci e il ventilato aumento da sei a 12 miglia delle acque territoriali che vuole Atene con le ambizioni turche in Mediterraneo? Come conciliare l’enfasi sull'apertura delle infrastrutture con la chiusura dei regimi di mobilità e migrazione che, “EU-based firms constitute 70 percent of foreign direct investment in Turkey and generate nearly half of Turkey’s exports to the EU”, di fatto limitano sempre di più la mobilità verso l’area Schengen?
Per alcuni analisti l'approccio "Made in Europe" La Strategia Europea per la Sicurezza Economica pretende di rafforzare l'industria europea sulla carta, in pratica, se devia verso una linea che esclude un partner produttivo già integrato come la Turchia, il risultato sarà costoso non solo per la Turchia, ma anche per gli obiettivi di sicurezza economica dell'UE stessa
