EU-Turkey relations 2026

Gennaio  i difficili rapporti tra UE e USA trovano riscontro nelle pubblicazioni del PE  Risk and opportunities in relation to evolving financial and economic relations with the US - PE 779.870;  Strategic autonomy, competitiveness and supply chain resilience in the EU – PE 779.844 e European Defence Projects of Common Interest: From concept to practice – PE775.284

Ad esacerbare ancor di più le relazioni intervengono le nuove minacce di Trump sulla Groenlandia. La reazione UE questa volta è più decisa, Costa dichiara che siamo pronti “difenderci da qualsiasi forma di coercizione”. Nella dichiarazione di Parigi si trova una precaria sintesi comune sul supporto all’Ucraina. Riferendo al PE il Presidente Costa conferma che l’UE è pronta a difendere “noi stessi, i nostri Stati membri, i nostri cittadini e le nostre imprese da qualsiasi forma di coercizione”, avendo strumenti e potere per farlo. Citando l’accordo UE e Mercosur appena firmato, ribadisce che “anziché dazi, l'Unione europea offre partenariati. Anziché sfere di influenza [crea] sfere di prosperità condivisa”.

La tensione UE-USA sulla Groenlandia è il motivo principale della riunione informale del consiglio europeo. Per quanto riguarda il Board of Peace per Gaza si hanno dubbi sul suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la carta delle Nazioni Unite. Rispondendo alle domande dei giornalisti anche l’AR Kallas ribadisce che l’azione del Board of peace deve essere limitata “alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come previsto” e ammette che “le relazioni transatlantiche […] in quest'ultimo anno […] non sono più le stesse di prima”. Le parole però non nascondono il fatto che “ad ogni evento, ad ogni elemento di crisi che si affaccia sulla scena, l’Unione europea mostra nuove crepe e nuove prove della sua inconsistenza politica”. “Gli europei non intendono spendere capitale diplomatico sul Venezuela, perché la loro priorità assoluta resta l’Ucraina. Tenere gli Stati Uniti coinvolti nel sostegno a Kiev è considerato vitale”

A termine del Consiglio affari esteri di fine mese l’AR Kallas certifica che, in questo momento di confusione mondiale, “the new variable is the fundamental reorientation across the Atlantic”. Rispondendo alle domande dei giornalisti sul Board of Peace per Gaza ammette che “If you read the Charter, then all the States are not equal in this Board of Peace”. In definitiva non si riesce a dire chiaramente che il Board non è altro che un club privato, con un presidente (Trump) a vita con diritto di veto, che dovrà attuare un protettorato di tipo coloniale (come in Bosnia) con lo scopo di cancellare il popolo palestinese. In Cisgiordania Israele fa da sola utilizzando la tattica di “shock and awe […] against a captive population living under its direct military control”, che gli permette di attuare radicali trasformazioni senza alcuna opposizione. L’UE, che fortunatamente non parteciperà ad un club di cui fanno parte monarchi, regimi militari e un leader (Netanyahu) ricercato dalla CPI, non ha ancora però dato seguito alla proposta  di imporre sanzioni a Israele e di ridurre i legami commerciali, cerca il suo spazio attraverso il “Palestine Donor Group [che] ha posto al centro l’Autorità Palestinese, lasciata invece indietro nel piano di pace”.

In Medio oriente si registrano altri punti di crisi nell’aggravarsi della situazione in Yemen e nella feroce repressione in Iran oggetto quest’ultima di vari interventi da parte europea che finisce col imporre ulteriori misure restrittive

Le minacce di attacco da parte USA, mai attuate nei confronti di Teheran confermano che l’Iran è il nemico da poter usare per tener alta la tensione “non è certo la democrazia che interessa a Trump o a Israele. Anzi, un Iran davvero democratico […] potrebbe costituire un problema nel cuore del Medio Oriente”.

Nel tentativo di far sentire ancora la voce dell’UE Costa si reca nella regione. Incontra il presidente del Libano Aoun. Partecipa al 1° summit UE-Giordania. Negli stessi giorni l’AR Kallas incontra il ministro degli esteri egiziano Badr. Ma poi alla fine è il solito compiacimento per il lancio della fase due del piano di pace americano con la conseguente nomina di un fantomatico “Comitato Nazionale Palestinese per l'Amministrazione di Gaza” sostenuto dalla ormai fantasma ANP corredato dagli altrettanto soliti lamenti per la demolizione di parte della sede dell’UNRWA, per l’aumento degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, per la legge che criminalizza l’azione delle ONG. Le uniche vere decisioni che l’UE riesce a prendere sono contro Hamas.

Desiderosa di partecipare al banchetto che si prepara in Siria, la presidenza europea, nel giro in Medio Oriente prima citato,  incontra il presidente al-Sharaa per discutere delle nuove relazioni bilaterali. Non una parola sugli attacchi dell’esercito siriano alle Forze Democratiche Siriane ma soddisfazione prima per la tregua poi per l’accordo con il quale si pone fine all’autonomia del Rojava. Abbandonate dagli USA le FDS sono sconfitte dal punto di vista militare e devono abbandonare le zone a maggioranza araba, ma ora che “sono confinate in territori con una grande popolazione curda, che ne riconosce la legittimità [è] più probabile una soluzione pacifica alla crisi”. Con l’accordo che rimodella il sistema di potere, le componenti curde, sia militari che amministrative, saranno parte integrante dei processi dello stato. Naturalmente sarà il tempo a dire se ciò avverrà veramente.  Anche la Turchia cerca una posizione di primo piano nella ricostruzione di un paese ancora distrutto e frammentato dove oltre ai curdi altre minoranze chiedono spazio

Gli sviluppi siriani non possono che far piacere ad Erdogan ma  potrebbero intralciare il processo di pace in Turchia. C’è il pericolo che “la distinction imposée entre le «processus de résolution» et les éventuelles réformes de démocratisation” dello stato porti ad un approccio securitario della questione curda invece che politico riducendo le possibilità di una vera soluzione democratica. Moltiplicandosi i segni di fine regno, l’erosione elettorale dell’AKP si aggrava ad ogni elezione e i rumors su eventuali successori si susseguono, il presidente turco per ora concentra la sua scure rappresentanti del CHP. I curdi però non sono tranquilli, da un lato considerano tradimento ciò che avviene in Siria, dall’altro “la prolifération des projets d’extraction minière – dopés par les négociations entre le pouvoir central et le PKK – risque de détruire le “mode de vie kurde” et engendrer, paradoxalement, une nouvelle vague de déplacement, cette fois en temps de paix”.

L’annuncio della scoperta di un importante giacimento di terre rare pone ad Ankara e a Bruxelles l’opportunità di “una cooperazione sulle materie prime critiche che potrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento europee”. L’UE potrebbe così tutelare i propri interessi, inserendosi nelle filiere critiche globali, e al contempo evitare di disancorare dall'Occidente la politica estera turca anche se ciò implica fare affari con un partner forte nei mercati ma politicamente inaffidabile. Ankara infatti, alla luce degli interessi comuni in Asia e in Africa, punta ad aderire all’accordo di difesa congiunta firmato tra Riad e Islamabad dopo l’attacco israeliano su Doha.  Se la cooperazione politica significa fare affari come farà l’UE a far rispettare ad Erdogan il divieto di importazione di gas e petrolio russi quando Ankara vuole diventare un hub energetico? Come conciliare gli accordi militari israelo-greci  e il ventilato aumento da sei a 12 miglia delle acque territoriali che vuole Atene con le ambizioni turche in Mediterraneo? Come conciliare l’enfasi sull'apertura delle infrastrutture con la chiusura dei regimi di mobilità e migrazione che, “EU-based firms constitute 70 percent of foreign direct investment in Turkey and generate nearly half of Turkey’s exports to the EU”, di fatto limitano sempre di più la mobilità verso l’area Schengen? 

Per alcuni analisti l'approccio "Made in Europe" La Strategia Europea per la Sicurezza Economica pretende di rafforzare l'industria europea sulla carta, in pratica, se devia verso una linea che esclude un partner produttivo già integrato come la Turchia, il risultato sarà costoso non solo per la Turchia, ma anche per gli obiettivi di sicurezza economica dell'UE stessa

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